Ebola in Congo: l’ondata più letale e la corsa al vaccino

 

Kinshasa, 26 Agosto 2026 – Nella Repubblica Democratica del Congo l’epidemia di Ebola continua a crescere di intensità. I decessi, ormai oltre 2.500, aumentano di settimana in settimana in quella che rappresenta la diciassettesima ondata di Ebola nel Paese e la più letale di tutte.

A guidare questa crisi è il terribile ceppo Bundibugyo, responsabile di circa un decesso su due tra i contagiati. L’epidemia non solo non si arresta, ma avanza in modo inquietante: nei giorni scorsi Medici senza frontiere, dalla Regione dell’Ituri – epicentro del virus – ha lanciato un nuovo allarme, parlando di un decesso ogni mezz’ora. Nel frattempo il contagio ha già invaso altre cinque Regioni del Paese.

Vaccino in arrivo, ma non specifico

Il Governo congolese ha avviato la somministrazione di un vaccino fornito dall’Organizzazione mondiale della sanità. Si tratta del vaccino Hervevo, sviluppato per l’Ebola Virus e non per il ceppo Bundibugyo. Nonostante ciò, «ci sono evidenze che dopo la somministrazione chi si ammalerà si ammalerà in maniera più lieve», ha indicato Martina Marchiò, responsabile medica per la risposta all’Ebola di Medici senza frontiere, attualmente nella provincia dell’Ituri, nel nord del Paese.

Secondo Marchiò, l’aumento della mortalità nelle ultime settimane è legato a un contesto estremamente complesso: «Non stiamo affrontando soltanto un’epidemia, ma un’epidemia dentro un contesto di conflitto, di spostamenti continui della popolazione e di sistemi sanitari già estremamente fragili». I casi totali hanno ormai superato i 5.000.

La difficoltà principale, spiega ancora, è «arrivare rapidamente alle persone»: distanze, strade dissestate e insicurezza rendono complesso identificare i casi, seguire i contatti e interrompere le catene di trasmissione. «Molte persone arrivano tardi, vengono intercettate tardi, oppure muoiono prima di raggiungere un centro sanitario. E questo significa che una parte della trasmissione può rimanere invisibile».

Curare i pazienti a 360 gradi richiede personale, mezzi, acqua, energia, laboratori, dispositivi di protezione e possibilità di trasferimento: risorse che scarseggiano. Le Nazioni Unite esprimono preoccupazione per la tenuta del sistema sanitario locale, denunciando agitazioni sindacali della categoria ed episodi di aggressioni della popolazione nei confronti di medici e volontari, che operano in condizioni già di per sé molto difficili.

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