Milano, 16 Luglio 2026 – Il mercato energetico globale resta in una fase di forte instabilità, ma i prezzi non riflettono ancora pienamente la gravità della situazione. Lo ha spiegato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, intervenendo in audizione alla Commissione Attività produttive della Camera.
Secondo Descalzi, l’equilibrio attuale dei prezzi è stato garantito dall’immissione sul mercato di circa 400 milioni di barili provenienti dalle riserve strategiche dei Paesi Ocse. Una misura che ha contenuto il costo del petrolio in una forbice tra i 90 e i 100 dollari al barile. Tuttavia, si tratta di una stabilità fragile: dopo un temporaneo calo a 68 dollari in seguito all’accordo con l’Iran, i prezzi sono risaliti intorno agli 85 dollari a causa della mancanza di sviluppi concreti e del blocco dei traffici nello Stretto, dove dall’11 del mese non transitano più navi. Una situazione che, ha avvertito Descalzi, modifica profondamente gli equilibri energetici sia europei che globali.
Stop al gas russo dal 2027: rischio per l’Europa
Un nodo centrale riguarda l’approvvigionamento di gas. L’Europa dovrà sostituire circa 36 miliardi di metri cubi provenienti dalla Russia, con forniture alternative principalmente dagli Stati Uniti e dall’Asia orientale. Questo scenario potrebbe tradursi, a partire da gennaio 2027, in un’ulteriore criticità per il Continente. Descalzi ha sottolineato che lo stop completo al gas russo rappresenterà una conseguenza diretta del prolungarsi del conflitto in Ucraina. Se l’Italia mantiene livelli di stoccaggio in linea con lo scorso anno (circa il 71-72%), altri Paesi europei risultano più esposti. Le economie fortemente dipendenti dal gas appaiono quindi più vulnerabili rispetto a quelle che possono contare su un mix energetico diverso, come Francia e, in parte, Spagna, grazie al nucleare.
Cinque anni di shock energetici consecutivi
L’attuale crisi, ha evidenziato l’ad di Eni, è il risultato di una sequenza ravvicinata di eventi straordinari: dalla pandemia di Covid-19 alla guerra in Ucraina, fino alle tensioni in Medio Oriente. Una concatenazione che non ha precedenti dai primi anni ’80. In questo arco di tempo, le riserve strategiche sono state utilizzate con intensità crescente, mentre la produzione ha subito contrazioni e le carenze si sono accumulate senza essere riassorbite. Oggi risultano bloccati circa 9-10 milioni di barili di greggio, senza considerare i prodotti raffinati, aggravando ulteriormente il quadro.
Il modello energetico basato sull’apporto di Russia e Medio Oriente è ormai profondamente cambiato. Secondo Descalzi, è improbabile che i livelli di fornitura precedenti siano ripristinati in tempi brevi. Anche in caso di normalizzazione geopolitica, il rischio associato a queste aree resterà elevato, con conseguenze dirette su costi finanziari, premi assicurativi e decisioni di investimento. Un fattore che continuerà a incidere sulla stabilità e sui prezzi dell’energia a livello globale.