Bruxelles, 4 Luglio 2026 – Il settore automobilistico europeo si presenta spaccato sulla strategia legata alla proposta di legge “Made in Europe” avanzata da Bruxelles, pensata per proteggere il mercato interno dalla crescente concorrenza cinese.
L’industria europea dell’auto sta infatti affrontando una pressione sempre più intensa da parte dei produttori asiatici, una dinamica che mette a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro nei Paesi membri. In risposta, l’Unione europea sta preparando l’Industrial Accelerator Act, una normativa che mira a favorire, negli appalti pubblici e nei regimi di sostegno, i veicoli elettrici realizzati prevalentemente con componenti europee. La proposta fissa una soglia del 70% di “contenuto locale”, attualmente all’esame degli Stati membri e del Parlamento europeo.
Due visioni opposte sulla filiera
Secondo l’Associazione europea dei fornitori dell’industria automobilistica (Clepa), la proposta della Commissione rappresenta un passo nella giusta direzione. Un’analisi condotta dalla società di consulenza Roland Berger, consultata da Euronews, evidenzia che i veicoli elettrici a batteria e gli ibridi plug-in prodotti in Europa già includono tra l’80% e il 90% di componenti realizzati nel continente. Per questo motivo, la soglia del 70% viene considerata raggiungibile.
Di diverso avviso l’Associazione dei costruttori europei di automobili (Acea), che propone un cambio di metodologia. L’organismo suggerisce di valutare il valore complessivo dei veicoli finiti, anziché concentrarsi esclusivamente sull’origine dei singoli componenti. In un documento pubblicato il 1° luglio, Acea sottolinea: «Un veicolo è molto più della somma delle sue parti. Il suo valore risiede anche nella ricerca e sviluppo, nell’ingegneria avanzata e nella forza lavoro altamente qualificata che lo sostiene».
L’allarme occupazionale dei fornitori
La Clepa ha respinto questa impostazione, sostenendo che un simile approccio ridurrebbe l’incidenza delle componenti prodotte nell’Unione europea al 50%, mentre il restante 20% sarebbe attribuito a ricerca, progettazione e altre attività. Secondo l’associazione dei fornitori, una riduzione di 20 punti percentuali dell’obbligo di utilizzo di parti europee «potrebbe comportare la perdita di 350mila posti di lavoro». Al contrario, l’approccio della Commissione basato sui singoli componenti è ritenuto più efficace per «tutelare la base industriale esistente».