L’ottimismo riduce il rischio di demenza, lo studio Harvard

 

Roma, 20 Aprile 2026 – L’ottimismo non è solo una questione di carattere: secondo una nuova ricerca pubblicata sul Journal of the American Geriatrics Society, potrebbe anche rappresentare un vero e proprio fattore di protezione per la mente e la salute. Vedere il lato positivo della vita – quell’attitudine che la saggezza popolare ha da sempre celebrato come arma contro le difficoltà – sembra correlarsi a una minore incidenza di demenza negli anziani.

Un legame misurabile

Un’équipe della Harvard T.H. Chan School of Public Health di Boston ha analizzato questo effetto scudo utilizzando i dati dell’ampio Health and Retirement Study, campione nazionale rappresentativo degli anziani statunitensi. Su oltre 9.000 persone cognitivamente sane, l’ottimismo è stato valutato mediante il Life Orientation Test-Revised. I ricercatori hanno poi seguito i partecipanti per 14 anni, identificando i casi di demenza attraverso un algoritmo validato per diversi gruppi etnici.

Il risultato è un livello di ottimismo superiore alla media riduce del 15% il rischio di sviluppare demenza, anche tenendo conto di età, sesso, etnia, istruzione, depressione e condizioni di salute. Le analisi di sensibilità hanno confermato la solidità dell’associazione, escludendo che fosse dovuta a causalità inversa o a un cattivo stato mentale di partenza.

Meccanismi biologici e sociali

Restano da chiarire i meccanismi alla base di questa connessione. Gli esperti ipotizzano processi biologici diretti, come una migliore risposta immunitaria e una riduzione della neuroinfiammazione, ma anche fattori indiretti legati allo stile di vita: gli ottimisti tendono a disporre di reti sociali più forti, a gestire meglio lo stress e a mantenere abitudini salutari che favoriscono la longevità cognitiva.

Nel mondo, circa 57 milioni di persone convivono con la demenza. In un contesto in cui le opzioni terapeutiche restano limitate, la ricerca suggerisce la necessità di sviluppare strategie di prevenzione basate su fattori psicosociali. Come spiegano gli autori: «Data l’alta prevalenza e le limitate opzioni di trattamento, identificare nuovi obiettivi prevenivi è fondamentale».

Lo studio riapre dunque il dibattito su come l’atteggiamento mentale possa influenzare il benessere cerebrale. «Questi risultati suggeriscono un potenziale valore dell’ottimismo nel promuovere un invecchiamento sano» osservano i ricercatori, sottolineando che, sebbene l’ottimismo sia ereditario per circa il 25%, può essere potenziato attraverso interventi mirati. Una prospettiva che apre la strada a future iniziative di prevenzione basate sul miglioramento dell’approccio positivo alla vita.

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