Alzheimer, nuovo modo per rallentare la memoria

 

Washington, 8 Febbraio 2026 – Un team internazionale di ricercatori ha individuato un nuovo bersaglio terapeutico per rallentare la perdita di memoria nella malattia di Alzheimer, agendo non sulle placche già formate, ma sulle cellule immunitarie del cervello che dovrebbero eliminarle. Lo studio, pubblicato sulla rivista Pnas, apre la strada allo sviluppo di farmaci in grado di potenziare l’azione dei microglia e migliorare le funzioni cognitive nei pazienti.

Il ruolo nascosto dei microglia

Al centro del lavoro ci sono i microglia, le cellule “spazzine” del sistema nervoso centrale, responsabili della rimozione dei rifiuti, tra cui le famigerate placche di betaamiloide che si accumulano nel cervello dei malati di Alzheimer. I ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory hanno scoperto che, in diversi modelli di malattia, queste cellule esprimono livelli elevati di un enzima chiamato PTP1B, già noto in ambito metabolico per il suo ruolo in obesità e resistenza all’insulina.

Quando PTP1B è troppo attivo, i microglia diventano meno efficienti: fagocitano meno, rispondono peggio agli stimoli e contribuiscono meno alla pulizia dell’amiloide. L’idea è stata quindi semplice ma radicale: bloccare questo enzima per “riaccendere” la capacità di difesa naturale del cervello.

Cosa mostra il nuovo studio

Nel lavoro pubblicato su Pnas, il gruppo guidato da Nicholas Tonks e Yuxin Cen ha utilizzato topi transgenici modello di Alzheimer, nei quali si osservano accumulo di amiloide e deficit di memoria.
Eliminando geneticamente PTP1B nei microglia o inibendolo con un composto sperimentale, gli animali hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni cognitive nei test di memoria e apprendimento, insieme a una marcata riduzione del carico di placche nel cervello.

L’enzima agisce su una proteina chiave della risposta immunitaria, la tirosin-chinasi SYK: in condizioni normali PTP1B la “spegne”, mentre la sua inibizione permette a SYK di restare attiva, potenziando la capacità dei microglia di riconoscere ed eliminare l’amiloide. In parallelo, le cellule mostrano un metabolismo più efficiente, con maggiore produzione di energia necessaria a sostenere l’intensa attività di fagocitosi.

Verso nuove terapie combinate

Per il momento i risultati riguardano solo modelli animali, ma il potenziale è considerato significativo. Tonks sottolinea che «intervenire su PTP1B potrebbe aiutare a rafforzare l’azione dei trattamenti esistenti, migliorando la capacità del cervello di liberarsi delle placche tossiche», mentre Cen evidenzia che «i microglia non sono semplici spettatori, ma attori centrali che possiamo modulare in modo mirato».

Diversi inibitori di PTP1B sono già stati sviluppati per altre patologie, e questo potrebbe accelerare il percorso verso studi clinici nell’uomo, anche se serviranno anni per verificarne sicurezza ed efficacia nei pazienti con Alzheimer.

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