Ue, debito comune per l’Ucraina e veti aggirati

 

Bruxelles, 23 Dicembre 2025 – In occasione di un vertice europeo, i leader dell’Unione hanno fatto ricorso a uno strumento che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato impensabile: l’emissione di debito comune sostenuto dal bilancio dell’Ue per garantire il sostegno finanziario all’Ucraina mentre la guerra è ancora in corso.

Per superare l’impasse, è stata aggirata la regola dell’unanimità, riunendo gli Stati membri disposti a procedere e lasciando fuori dall’accordo Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Questa esclusione è stata la condizione necessaria per andare avanti.

90 miliardi all’Ucraina e un precedente politico

Grazie a questa scelta, l’Ue non solo è riuscita a garantire 90 miliardi di euro a Kiev per il biennio 2026-2027, rispettando gli impegni assunti, ma ha anche mostrato un nuovo possibile percorso decisionale. Un percorso in cui il requisito dell’unanimità non rappresenta più un ostacolo insormontabile quando esistono coalizioni di Paesi pronti a cooperare.

Si tratta di un risultato straordinario per un’Unione spesso paralizzata dai veti nazionali, soprattutto su dossier di politica estera e sicurezza.

La cooperazione rafforzata come via d’uscita

Per emettere il debito congiunto a 24 anni scavalcando Budapest, Praga e Bratislava, Bruxelles ha fatto riferimento al principio di cooperazione rafforzata, previsto dai Trattati europei. È solo l’ultima soluzione giuridica utilizzata per sbloccare situazioni di stallo.

Di recente, infatti, l’Ue ha fatto ricorso anche all’articolo 122 dei Trattati, che consente decisioni a maggioranza qualificata in caso di gravi crisi economiche, per mantenere congelati a tempo indeterminato i beni russi presenti in Europa. In precedenza, questi beni rientravano nel regime sanzionatorio ordinario, soggetto all’unanimità e quindi al veto di Ungheria e Slovacchia.

Una strategia che divide

L’uso dell’articolo 122 per sbloccare i finanziamenti all’Ucraina è stato interpretato come un chiaro tentativo di aggirare gli Stati membri più recalcitranti. Una strategia che sta prendendo piede a Bruxelles e che, pur dando risultati, non è priva di rischi.

«Vediamo un impegno diretto da parte della leadership dell’Ue nel cercare di aggirare i potenziali veti provenienti dall’Ungheria e dalla Slovacchia», ha dichiarato Dániel Hegedűs del German Marshall Fund a Euronews. «Ma non credo che questo approccio sia a prova di bomba, né dal punto di vista legale né da quello politico».

Il peso dei veti nella storia recente

Secondo un elenco compilato dal docente dell’University College di Londra Michal Ovádek, dal 2011 sono stati esercitati 46 veti da 15 Stati membri su 38 questioni. L’Ungheria è il Paese che ha fatto maggiormente ricorso a questo strumento, con 19 veti, seguita dalla Polonia con sette. La Slovacchia ne ha posti due, entrambi nel 2025.

Budapest ha bloccato più volte dichiarazioni di politica estera e misure concrete a sostegno dell’Ucraina, costringendo spesso l’Ue a esprimersi come Ue26. Resta però invariato un dato di fondo: finché l’unanimità resterà necessaria per le grandi decisioni politiche, il veto nazionale continuerà a pesare sul futuro dell’Unione.

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