Belgrado, 17 Agosto 2025 – Le proteste anti-governative in Serbia hanno raggiunto un livello di violenza senza precedenti. Le strade di Belgrado, Novi Sad e Valjevo si sono trasformate in campi di battaglia, con gruppi di manifestanti mascherati che hanno preso di mira edifici pubblici, sedi di partiti politici, soprattutto quelle del presidente Aleksandar Vucic, nonché proprietà private e automobili. Le scene di devastazione, diffuse rapidamente soprattutto sui social media, hanno provocato un allarme diffuso sia nel Paese sia all’estero.
La polizia ha risposto con fermezza, usando gas lacrimogeni e cariche per disperdere la folla. A Valjevo almeno un agente è rimasto ferito, mentre 18 persone sono state arrestate. In altre Città il numero dei fermati continua a crescere, segno di una tensione che non accenna a diminuire. Le autorità parlano di “atti di vandalismo organizzati”, mentre i manifestanti rivendicano il diritto di esprimere il proprio dissenso contro un Governo accusato di corruzione e autoritarismo.
Dalle proteste studentesche alla rivolta diffusa
L’ondata di rabbia affonda le radici nelle manifestazioni iniziate mesi fa dagli studenti, dopo il crollo della pensilina ferroviaria di Novi Sad nel novembre 2024. L’incidente, che provocò almeno 15 morti, divenne simbolo della cattiva gestione delle infrastrutture e dell’inefficienza dello Stato. Da allora, il movimento si è ampliato: slogan come “Corruption kills” e simboli forti come la mano insanguinata hanno fatto da catalizzatori per insegnanti, agricoltori e altre categorie, trasformando una protesta settoriale in un fenomeno nazionale.
Il Governo, tuttavia, ha scelto la linea dura. Vucic ha respinto ogni ipotesi di elezioni anticipate, accusando forze straniere di “alimentare il caos”. La sua narrazione mira a rafforzare la percezione di una Serbia assediata, tuttavia, rischia di acuire la distanza con una società civile sempre più insofferente.
Allarme da Bruxelles e Strasburgo
La comunità internazionale segue con attenzione gli sviluppi. Il Consiglio d’Europa e l’Unione europea hanno espresso “profonda preoccupazione”, tanto da invitare Belgrado a garantire il diritto di protesta pacifica e a evitare l’uso sproporzionato della forza. Bruxelles osserva con apprensione: le derive autoritarie e le violazioni dei diritti civili mettono in discussione il percorso di adesione della Serbia all’Ue, già rallentato da tensioni interne e rapporti difficili con il Kosovo.
La crisi odierna segna dunque un passaggio cruciale. Le proteste mettono a nudo la fragilità di un sistema politico accusato di corruzione e rischiano di condizionare il futuro stesso della Serbia, sospesa tra aspirazioni europee e tentazioni autoritarie.