Palermo, 19 luglio 2025 – In una torrida domenica palermitana, il 19 luglio 1992, una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose in via D’Amelio, spezzando la vita del giudice Paolo Borsellino e di cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Emanuela Loi. A 33 anni da quel terribile attentato mafioso, l’Italia si ferma ancora una volta per ricordare uno dei simboli più alti della lotta alla mafie e alla criminalità organizzata.
Quel giorno non fu solo l’apice del terrore mafioso, ma anche un punto di non ritorno per la coscienza civile del Paese. A 57 giorni dalla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, l’Italia si trovava di fronte a un’altra ferita aperta, in un’estate che scosse le fondamenta dello Stato.
Mattarella: «Un segno indelebile nella storia d’Italia»
Tante le celebrazioni organizzate in tutta Italia in ricordo del giudice Borsellino, prima fra tutti Palermo, dove centinaia di persone si riuniranno in Via D’Amelio alle 16:58 (orario in cui avvenne la tragedia) per osservare un minuto di silenzio. Contestualmente nel resto del Paese si svolgeranno eventi, letture, fiaccolate, a testimonianza del ricordo ancora vivo.
Dal Quirinale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha sottolineato che quanto accaduto a Palermo ha segnato in maniera indelebile l’Italia. «La morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta – Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina – voluta dalla mafia per piegare le istituzioni democratiche, a meno di due mesi dall’attentato di Capaci, intendeva proseguire, in modo eversivo, il disegno della intimidazione e della paura, ma la democrazia ha avuto la meglio sugli assassini e sui loro mandanti».
«In questo giorno di memoria» – prosegue il capo di Stato – «la commozione per le vite crudelmente spezzate e la vicinanza ai familiari delle vittime restano intense come trentatré anni or sono. Il senso di riconoscenza verso quei servitori dello Stato che, con dedizione e sacrificio hanno combattuto il cancro mafioso, difendendo libertà e legalità, consentendo alla società di reagire, è imperituro». Mattarella conclude sottolineando come sia Paolo Borsellino che Giovanni Falcone siano simbolo della dedizione alla causa della giustizia.