Bruxelles, 8 Luglio 2025 – La Commissione europea attraverso il sesto rapporto sullo Stato di diritto pone, di nuovo, l’Ungheria in una posizione da maglia nera.
Budapest, infatti, nel 2025 colleziona il maggior numero di raccomandazioni, ben otto, oltre a registrare “nessun progresso” in diversi ambiti, tra cui la lotta alla corruzione ad alto livello, la riforma sul lobbismo, l’indipendenza dei media del servizio pubblico, la promozione di uno spazio civico sicuro. Unico “progresso significativo” registrato è quello relativo all’aumento della remunerazione dei giudici in linea con gli standard europei.
Presi di mira i giornalisti
La relazione sottolinea il persistere di “pressioni indebite su alcuni giudici“, in particolare in merito ai “dibattiti interni su questioni chiave relative all’indipendenza della magistratura“. L’Autorità per l’Integrità, uno dei pilastri della riforma giudiziaria varata da Budapest per accedere ai fondi europei, continua a “segnalare ostacoli nell’adempimento efficace dei suoi compiti di vigilanza” si legge nel rapporto. La Commissione segnala poi un aumento della pressione sui giornalisti che “continuano ad affrontare numerose e gravi sfide al loro lavoro” e punta il dito contro l’Ufficio per la protezione della Sovranità, già oggetto di una procedura d’infrazione, che ha avviato indagini nei confronti di giornalisti accusati di operare al servizio di interessi stranieri.
Il rapporto sullo Stato di diritto denuncia poi “un contesto in deterioramento per le organizzazioni della società civile” che insieme all’incertezza giuridica ostacola ulteriormente lo spazio civico. Nel mirino di Palazzo Berlaymont, anche “l’ampio uso dei poteri di emergenza” da parte del Governo di Viktor Orbán, che “mina la certezza del diritto e incide sul funzionamento delle imprese nel mercato unico”.
“Il processo legislativo rimane una seria fonte di preoccupazione” scrive la Commissione, denunciando anche la “crescente pressione normativa da parte dello Stato” nei confronti delle società straniere, anche di altri Stati membri dell’Ue, che operano in settori strategici. “La possibilità per il Governo di interferire con l’applicazione delle norme sul controllo delle concentrazioni” – si sottolinea – “continua a creare incertezza giuridica”.